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Avevo un'idea. Un utente l'ha costruita. (IT)

· 8min

Cosa ho confermato grazie ad un power user

Settimanalmente, nel team prodotto di Golee, apriamo le porte. Chiunque usi il gestionale può prenotare una call con noi e parlare liberamente: idee, lamentele, cose che vorrebbe, cose che odia. Nessuna agenda, niente demo da vendere, si ascolta e basta. Di solito ne esce una lista di richieste e qualche spunto. Questa volta ne è uscito molto di più.

L’utente che ci ha chiesto quella call, lo chiameremo Marco, non voleva una feature, voleva raccontarci un suo esperimento. Aveva ricostruito alcuni flussi di Golee guardando le nostre API dall’ispezione del browser, e ci aveva collegato sopra un agente AI. Lo utilizzava per rispondere in un colpo solo a domande che, dentro Golee, ti costringono a saltare tra tre schermate diverse.

In un pomeriggio, da solo, Marco aveva costruito un pezzo del futuro di Golee. Un futuro di cui parlavo da tempo, ma che lui ha messo in pratica prima di noi. Questa riflessione nasce da lì.

La tesi in una riga

Il gestionale oggi è un’interfaccia fra l’utente e i suoi dati. Il prossimo gestionale è un agente: l’utente chiede, l’agente legge e scrive. L’asset che lo rende possibile non è il chatbot, è un’API standardizzata. Tutto il resto è un consumer di quell’API.

Cosa ci insegna chi va avanti da solo

Marco è uno su cinquemila: a quanto ne sappiamo, nessun altro segretario o gestore che utilizza Golee ha fatto reverse engineering delle nostre API per costruirsi uno strumento simile. Lasciare passare questo caso, trattarlo come “vabbè, è uno solo”, rischia di farci perdere una grandissima opportunità.

Gli utenti come Marco non rappresentano il mercato intero, ma spesso sono il segnale. Fanno a mano, oggi, quello che noi potremmo rendere possibile a tutti, domani. Quello che per lui è una sperimentazione da smanettone, per la segretaria di un’ASD che non sa nemmeno cosa sia un’API potrebbe essere la differenza tra perdere tre ore a incrociare schermate e il poter chiedere una cosa al volo mentre fa qualcos’altro.

È lì che possiamo cambiare davvero la vita alle persone: non aggiungendo l’ennesima feature, ma togliendo attrito tra domanda e risposta.

Ed è anche lì che possiamo aprire un vantaggio difficile da recuperare per chi arriva dopo. Non tanto perché abbiamo l’AI, che prima o poi avranno tutti, quanto perché abbiamo i dati: la fonte di verità di migliaia di società sportive. Il nostro vero asset sono quei dati e la fiducia di chi ogni giorno ce li affida.

Un agente che conosce davvero la tua società, oggi, lo possiamo costruire solo noi. Se ci muoviamo per primi, il distacco potrebbe diventare difficile da colmare.

Il principio fondante

Smettiamo di pensare a Golee come “schermate”. Golee è:

  • un database che è la fonte di verità dei dati di una società sportiva,
  • un layer di API che ci legge e ci scrive sopra,
  • un insieme di interfacce (web app, app utente, iscrizioni) che oggi sono l’unico modo per arrivare a quei dati.

UI, tabelle, liste, card, chat: sono tutti mezzi per compiere la stessa cosa: leggere e scrivere dei dati da qualche parte. E la conseguenza strategica di questa cosa è una sola: l’interfaccia è intercambiabile, l’API no. Investire sull’API standardizzata rende ogni interfaccia futura, compresa quella che non abbiamo ancora immaginato, un semplice modo per interagire con quei dati.

Oggi il protocollo di moda è MCP, domani sarà qualcos’altro. Quello che resta è il layer di accesso ai dati: operazioni chiare, permessi chiari, contratti chiari. Qualcosa che esiste già da decenni: API.

Cosa si può fare quindi? Alcune idee

1. API standardizzate: la base per l’ecosistema

Per chi: power user e terzi. Marco è 1 su 5000. Il TAM diretto è minuscolo, e va detto chiaramente. Cosa: classica API key per account, documentazione pubblica. Poi l’MCP / il connettore se lo costruisce chiunque, anche su misura. Perché vale comunque, nonostante il TAM piccolo: è economico (esponiamo API che in forma simile già abbiamo), è un moat (un ecosistema di integrazioni è difficile da copiare) e soprattutto è la fondazione tecnica del punto 2.

2. L’agente in-product: l’utente medio

Per chi: l’utente medio, quello a cui oggi “non gliene frega” dell’AI. Cosa: un agente dentro il gestionale. Tu chiedi (“registra il pagamento”, “chi viene domani”, “com’è andata oggi”), lui fa. Chat oggi, voce / WhatsApp domani. L’idea concreta potrebbe essere un box di input chat direttamente nella dashboard del gestionale, con accesso ai dati della società.

Importante: non deve arrivare come “un chatbot”. Deve arrivare come qualcosa di più facile che cliccare e navigare. Se l’utente medio percepisce un’altra cosa da imparare, l’abbiamo perso. Il successo si misura sul fatto che smette di cercare la schermata, non sul fatto che “parla con l’AI”.

3. Golee Analytics: chi vuole i propri dati a modo suo

Per chi: chiunque ci chiede export, viste, dashboard custom, cioè tutti, ognuno in modo diverso. Il problema reale: non soddisferemo mai tutte queste richieste una a una. È una coda infinita. La soluzione: non costruire la N-esima dashboard, ma dare il modo di interrogare i dati come si vuole. “Dimmi gli iscritti al camp estivo nella settimana X” → testo + link alla vista filtrata → “salva tra i preferiti”. Output testuale con link ora, UI generativa per le risposte poi. Il principio è semplice: testo per comodità, link per verità. La risposta arriva in linguaggio naturale, ma il dato verificabile resta sempre a un click. Nel 2026 non possiamo essere ancora fermi a disegnare tabelle a mano. È anche la prima vera occasione per approcciare la UI generativa prima di qualunque competitor. E sì: Golee Analytics suona bene.

Perché ora

Perché l’interfaccia sta cambiando per tutti, non solo per noi: chiedere a voce o in chat sta diventando la norma. Per anni abbiamo guardato cosa erano abituati a fare gli utenti su altri prodotti: abbiamo cercato le UI più standard possibili, i pattern più riconoscibili. Ora dovremmo fare la stessa cosa con i tool più usati del mondo.

Perché gli strumenti (Claude, GPT) hanno reso banale per chiunque costruirsi un’integrazione: se non diamo noi l’API ufficiale, qualcuno troverà comunque il modo di agganciarsi ai nostri dati. Marco l’ha già fatto. La differenza è che, se succede fuori da Golee, perdiamo controllo proprio sul punto più importante: esperienza, permessi e fiducia.

La finestra è questa: chi arriva per primo a mettere un agente competente sopra i dati di una società sportiva non vince per sei mesi, vince per anni. Il vantaggio non è la tecnologia, quella si compra, si copia, si integra. Il vantaggio sono la base dati e la fiducia che ci sta sopra, e quelle non si copiano. Marco ci ha fatto vedere dove possiamo andare. Sta a noi portarci anche tutte le altre società sportive che si fidano di noi.

Come potremmo muoverci concretamente

La reazione più probabile a un discorso del genere è: figo, ma è lontanissimo. Prima sistemiamo le cose urgenti. È comprensibile, ma è anche il modo in cui una visione giusta muore in silenzio.

La verità scomoda è che l’agente AI non arriverà mai come un milestone in roadmap. Arriverà naturalmente il giorno in cui abbastanza del nostro prodotto sarà già accessibile senza passare dalle schermate, e quel giorno dipende da come lavoriamo adesso, non da una iniziativa dedicata tra sei mesi. Marco ha impiegato un pomeriggio a collegarsi a Golee non perché fosse un genio, ma perché sotto le nostre UI c’erano già chiamate che assomigliavano a operazioni. Il suo reverse engineering è la fotografia di quanto siamo vicini e anche di quanto lavoro abbiamo ancora da fare per renderlo ufficiale.

Una possibile direzione tecnica

Non serve fermare tutto per “standardizzare le API”. Serve smettere di costruire cose che solo una schermata sa usare. Ogni volta che aggiungiamo capacità a Golee, possiamo chiederci una sola domanda: questa operazione esiste come unità autonoma, o esiste solo come flusso di click? Se la risposta è la seconda, abbiamo appena creato debito per l’agente, e per ogni interfaccia futura che non abbiamo ancora immaginato.

Questo non deve rallentare il delivery, lo standardizza: meno logica incastrata nei componenti, meno endpoint nati per servire un solo layout. La UI resta importantissima, è il consumer principale, oggi e per un bel po’. Ma deve smettere di essere l’unico modo per fare le cose.

La cosa interessante è che tante di queste pratiche le adottiamo già. Siamo un team capace, che conosce le best practice e ha persone esperte che le portano nel quotidiano. Questa visione deve essere solo un motivo in più per spingere in quella direzione.

La strada è ovvia

L’API come fondazione, l’agente come interfaccia. I CRM più seri del mondo non stanno aggiungendo “un chatbot in sidebar”. Stanno aprendo i propri dati tramite API standard e lasciando che agenti esterni (Claude, ChatGPT, Cursor) ci lavorino sopra. Salesforce ha messo in produzione server MCP ufficiali: i dati e le azioni del gestionale diventano strumenti che un agente può usare, con permessi e audit trail di piattaforma. HubSpot ha fatto lo stesso: chiedi al CRM in linguaggio naturale, senza aprire dieci schermate. Attio, il CRM “next-gen” per startup, ha costruito tutto intorno a questo: REST API + server MCP hosted, letture fluide e scritture con conferma. Il messaggio è sempre lo stesso: l’interfaccia si moltiplica, l’accesso ai dati resta uno.

Non dobbiamo solo “aggiungendo l’AI a Golee”. Dobbiamo rendere Golee accessibile senza Golee. Il resto del mercato ci sta già andando, e noi partiamo da una base di dati e di fiducia che gli altri non hanno.

Riflessioni finali

La cosa più importante che mi porto dietro da questa call non è tanto questa visione condivisa, ma è l’approccio di Marco. Non aveva una roadmap, non aveva un budget, non aveva il permesso di nessuno. Aveva una curiosità, un problema vero da risolvere e un pomeriggio libero. E con quelli ci ha mostrato dove può andare il nostro prodotto.

Ogni settimana apriamo le porte per ascoltare gli utenti e ogni tanto entra qualcuno che, senza nemmeno volerlo, ci fa vedere il futuro. Adesso sta a noi non lasciarlo sulla porta.